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LA CHIESA DI SAN FILIPPO NERI
NEL PALAZZO MASSIMO ALLE COLONNE
Ai tempi di San Filippo Neri
l’insula dei nobili Massimo comprendeva già un vasto complesso formato da
tre edifici, tuttora esistenti. Il più antico, detto palazzo Massimo
“istoriato”, prende nome dalle pitture a monocromo della scuola di Daniele
da Volterra poste sulla facciata che volge verso la piazzetta de’ Massimi;
il palazzo detto di Pirro, si chiama così per l’erronea identificazione di
una statua di Marte ora ai Musei Capitolini; e il più noto, quello che
mostra la notissima facciata curvilinea sul Corso, il solenne, severo ma
affascinante, palazzo Massimo alle Colonne, opera che l’architetto senese
Baldassarre Peruzzi realizzò tra il 1532 e il 1536 sui resti della cavea
dell’Odeon di Domiziano.
La cappella gentilizia si
trova al secondo piano del palazzo “istoriato” ma vi si accede dall’ingresso
sul Corso Vittorio Emanuele dopo aver superato il robusto porticato sorretto
da sei colonne doriche e decorato di stucchi a motivi classici. Sul soffitto
a cassettoni del vestibolo campeggia lo stemma araldico della famiglia
sostenuto da un putto che strozza due serpenti: è il simbolo di Ercole, avo
di Quinto Fabio Massimo “il temporeggiatore”, dal quale l’illustre e
antichissima casata romana ritiene di discendere per via diretta.
La cappella è dedicata a San
Filippo Neri perché qui “Pippo buono” fu protagonista di un prodigio.
Il giovane Paolo Massimo,
figlio del principe Fabrizio e di Lavinia de’ Rustici, dopo un inverno di
malattia, il 16 marzo del 1583, morì. San Filippo, amico e frequentatore
della casa, subito avvertito, giunse per benedire il ragazzo. Pregando
accanto al corpo del giovane San Filippo lo chiamò e questi, risvegliandosi,
dialogò con lui dicendo che era felice di morire e così raggiungere in
Paradiso la madre e la sorella che lo avevano preceduto. Allora San Filippo
Neri ponendo una mano sul capo del ragazzo lo accompagnò con la frase :
”Va’, e che sii benedetto et prega Dio per me”; detto questo, Paolo, come
narrano le testimonianze dell’epoca, “subito tornò di novo a morire”.
Tutto questo rimase segreto
per più di un decennio fin quando, in occasione del processo di
canonizzazione di San Filippo, nel settembre del 1595, il principe Fabrizio
Massimo lo rivelò nella sua deposizione.
La stanza di Paolo Massimo -
dove era avvenuto il prodigio - era intanto stata trasformata dalla famiglia
in cappella e poi nel corso del tempo fu arricchita e modificata.
La pianta rettangolare del
sacello con la volta a botte ha le pareti scandite da otto colonne di marmo
che sostengono un architrave con fregio; alle pareti vi sono tre altari
decorati di marmi policromi; tutto l’insieme è il risultato dell’intervento
nel XVIII secolo del principe Massimiliano.
Risalgono invece all’epoca dei
restauri effettuati per il terzo centenario del prodigio (1883), il
pavimento in maioliche proveniente dalla fabbrica Passalboni di Gubbio, la
decorazione pittorica del vestibolo realizzata da Annibale Angelini e la
sistemazione dei reliquari dovuta a Ludovico Seitz.
Nel Settecento Clemente XI
donò per l’altare principale - in occasione dei restauri voluti dal canonico
Pietro Massimo -, le reliquie di San Clemente martire, successivamente, nel
1839, in occasione dell’anniversario del miracolo, Gregorio XVI visitò la
cappella e la elevò al grado di chiesa pubblica: da allora ogni 16 marzo la
cappella è visitabile.
Sull’altare maggiore, dedicato
a San Filippo Neri, è il dipinto ottocentesco con il Miracolo di Paolo
Massimo, tratto da una stampa del 1737. Sull’altare di sinistra, dedicato a
Santa Francesca Romana, è posta una Madonna e Santi di Antonio di Nicola
proprietà dei Massimo dalla metà del XVII secolo.
Tra le reliquie qui
conservate, gli occhiali e la corona del rosario di San Filippo Neri.
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