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LA CHIESA DEI RE MAGI NEL PALAZZO DI
PROPAGANDA FIDE
Questo palazzo sede della
Congregazione di Propaganda Fide, istituzione creata nel 1622 da papa
Gregorio XV allo scopo di coordinare l’opera missionaria in tutto il mondo,
rimane un po’ defilato sebbene si trovi in un punto centrale della città.
Tra piazza di Spagna e la
chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, lungo la via omonima, si snoda la sua
bella facciata che passa generalmente inosservata a causa dello scorcio
difficile sulla stretta strada. Ma, vale la pena di soffermarsi un po’ ad
ammirarla, dato che il suo autore altri non è che il geniale architetto del
barocco romano Francesco Borromini.
P. Bianconi ne ha dato forse
la migliore descrizione con queste parole: “ I frontoni delle sette mirabili
finestre, retti da due coppie di colonne, si divincolano, sporgono e si
ritraggono, muscolosi e frementi, concavi e convessi: corone di palme o di
quercia girano vorticose nei bizzarri fastigi e in mezzo a tanto spiegamento
di furia raggelata, sul frontone della finestra centrale un musetto di
cherubino si sporge e sorride. Queste finestre sono una serie di variazioni
musicali su un tema dato. Per intendere la drammatica concitazione di quest’opera
in ombra è utile confrontarla con la luminosa e carezzata facciata dei
Filippini, tutta spalancata al sole”.
La storia della cappella che
si nasconde all’interno del palazzo è strettamente legata al suo nobile
scrigno di cui fu il primo nucleo.
Nel 1634 papa Urbano VIII
Barberini, protettore del sacro collegio, aveva incaricato Gian Lorenzo
Bernini di costruire la prima versione della chiesa. Lo scultore-architetto
la realizzò in cinque anni.
Dopo la morte di papa Urbano
VIII, la Congregazione volle ampliare, per le accresciute esigenze, lo
spazio a sua disposizione verso Sant’Andrea delle Fratte e il papa
dell’epoca, Innocenzo X Pamphilj, ostile a Bernini, dopo aver nominato, nel
1646, architetto del collegio il suo eterno antagonista, Francesco Borromini,
lo incaricò di ristrutturare l’intero complesso, chiesa compresa.
Borromini intervenne
pesantemente, demolendo la precedente chiesa e, se in un primo tempo ne
mantenne lo schema ovato, poi, con un colpo del suo genio inesauribile la
trasformò in un piccolo gioiello di originalità: ruotando e dinamizzando la
pianta optando decisamente per la forma rettangolare, ma smussata agli
angoli.
La raccolta dimensione
dell’aula mette in grande evidenza il gioco lineare, quasi matematico, dei
costoloni a fascia intrecciata sulla volta, definite nell’Opus (l’opera
teorica di architettura scritta da Borromini), “costole a uso di cuppola”,
magistrale prosecuzione dei sostegni verticali, proiezione e conseguente
sboccio verso l’alto delle elegantissime lesene ioniche che scandiscono
ritmicamente le pareti.
Protagonista anche qui, come
in tutte le opere del maestro ticinese, è la luce, la luce della fede, che
illumina tutta l’armoniosa sala dominata dal raffinato candore degli stucchi
disegnati dallo stesso Borromini.
Dall’alto delle lesene testine
di cherubini alati, messaggeri della propaganda della fede, sembrano
abbracciare con le ali chiunque entri.
Sotto la volta campeggia, in
corrispondenza dell’ingresso, lo stemma di papa Alessandro VII Chigi che
sedeva sul soglio pontificio quando la chiesa fu terminata.
Nelle nicchie che si alternano
alle lesene sono ospitati busti marmorei di alcuni membri del sacro
collegio; due sono le cappelle per lato dove trovano collocazione alcuni
dipinti tra cui una Conversione di San Paolo di Carlo Pellegrini (1635) e
una Crocifissione di Ludovico Gimignani.
All’altare maggiore è posta
l’Adorazione dei Magi di Giacinto Gimignani del 1634, sormontata da una
Missione degli Apostoli di Lazzaro Baldi.
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