|
LA CHIESA DI SANT’ANICETO A PALAZZO
ALTEMPS
All’interno di uno dei più bei
palazzi rinascimentali di Roma, costruito alla fine del Quattrocento dalla
famiglia Riario e abitato nel tempo da una serie di potenti prelati dalla
vocazione collezionistica, si trova una vera e propria meraviglia.
Palazzo Altemps – ora sede del
dipartimento di storia del collezionismo del Museo Nazionale Romano che
comprende la collezione Ludovisi Boncompagni, la collezione egizia del Museo
Nazionale Romano, la collezione Mattei, sedici sculture Altemps e pezzi
provenienti da altre raccolte – era, nel 1568, divenuto la dimora e il luogo
di esposizione della collezione personale del suo ultimo proprietario, il
cardinale Marco Sittico Altemps che con l’intervento di Martino Longhi il
Vecchio trasformò l’edificio in una vera e propria reggia.
La costruzione al suo interno
di una cappella rientrava nella tradizione delle grandi famiglie patrizie di
avere a disposizione un luogo privato di preghiera. A questa consueta
motivazione si aggiunse poi l’eccezionale privilegio di potervi custodire,
fra un gran numero di reliquie, anche le spoglie di Sant’Aniceto, uno dei
primi pontefici.
Il duca Giovanni Angelo,
nipote del cardinale Marco Sittico, aveva infatti ricevuto in dono dal
cardinale Aldobrandini, suo tutore - salito al soglio pontificio col nome di
Clemente VIII -, le preziose reliquie di Sant’Aniceto, che era stato papa
dal 155 al 166 dopo Cristo.
Per onorare degnamente la
donazione ricevuta si decise, tra il 1603 e il 1617, di trasformare la
cappellina di famiglia in una vera e propria chiesa, dotata persino di
cupola e di sacrestia.
Da una delle porte che
affiancano il monumentale camino che troneggia nel salone delle feste al
primo piano di palazzo Altemps si accede infatti alla chiesa,
straordinariamente ricca, e completamente affrescata con dipinti con le
Storie di Sant’Aniceto (il ciclo maggiore, nella navata, è dovuto ad Antonio
Circignani detto il Pomarancio); fu lo stesso Giovanni Angelo a suggerire il
tema iconografico: un’allegoria delle sue vicende familiari. Giovanni Angelo
era nato orfano poiché il padre, Roberto Altemps, era stato condannato alla
pena capitale per adulterio dal papa Sisto V. La famiglia considerava questa
sentenza iniqua e mentre Marco Sittico, padre della vittima, per ricordare
le suppliche inascoltate, si dedicò al culto della Clemenza, il figlio,
Giovanni Angelo appunto, modificò le vicende della vita del santo (la cui
tomba fu ritrovata lungo l’Appia Antica), inventandone il martirio per
decapitazione illustrato nelle pitture della chiesa di palazzo.
Sopra la cornice di raccordo
con la volta a botte si svolge una singolare processione: alcuni angeli
bambini portano le palme e gli strumenti del martirio; la volta è decorata
da Polidoro Mariottini con la Gloria di Sant’Aniceto circondato da una
schiera di angioletti che portano la croce, la spada, le chiavi pontificali
e quattro nastri iscritti in oro.
Presso l’arcone un oculo con
una grata dorata aveva l’ufficio di far giungere nella chiesa le musiche e i
canti che provenivano dalla soprastante sala di musica.
Il presbiterio, decorato con
un ciclo mariano, dovuto sempre al Pomarancio, è inquadrato dai due
evangelisti protettori di Marco Sittico e di Giovanni Angelo.
Mentre sulla volta del
presbiterio - sull’arco di separazione della navata - due putti alati
portano la corona ducale o del martirio.
Il magnifico reliquiario, del
1612, intarsiato di marmi pregiati, è appoggiato sull’altare costituito da
un’antica vasca di giallo antico dove sono custodite le spoglie del santo.
Portano la data del 1618 le tarsie marmoree nel presbiterio, le dorature,
gli arredi, e i dipinti eseguiti ad olio sul muro della confessio da Ottavio
Leoni che vanno a costituire il secondo ciclo di storie di Sant’Aniceto papa
presente nella chiesa.
Sull’altare è una copia
(eseguita nel 1915 da un pittore spagnolo) della famosa Madonna della
Clemenza, l’antichissima icona del VI secolo esposta nella cappella Altemps
della basilica di Santa Maria in Trastevere.
Dietro l’altare un’altra
sorpresa: il piccolo ambiente della confessio è sovrastato da una volta
lignea a botte interamente decorata, nei suoi cassettoni esagonali, con
bellissime rose dai petali di madreperla.
Anche la sacrestia è molto
interessante: il mobile di noce che l’arreda risale al 1614, ed è opera dei
falegnami Giovan Pietro Acciari e Lorenzo Modesti che l’hanno dotato di una
serratura molto particolare in grado, con una sola mandata, di muovere
numerosi paletti in diverse direzioni, come in una moderna serratura di
sicurezza.
Le due cappelline di cui è
dotata sono: una - dedicata a San Carlo Borromeo, sul cui altare, in una
teca, è conservato un frammento della sua pianeta - ha le tappezzerie
originali, cinquecentesche, costituite da una mantovana di velluto e cuoio
che gira intorno alle pareti, mentre in alcune vetrine sono mostrati codici
musicali manoscritti, con partiture autografe composte appositamente per la
cappella Altemps tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento;
l’altra, ottagonale, dalla volta di stucco bianco con una delicata Gloria di
Martiri fu realizzata come cappella provvisoria durante i lavori di
trasformazione della chiesa.
Presenta una curiosità la
porta della sacrestia, i cui battenti lignei sono attraversati da un
bizzarro intreccio di elementi di ferro che la fanno sembrare una scultura
contemporanea.
Uscendo, si può vedere, sulla
balconata che sovrasta l’entrata della chiesa, un’immagine recente di Santa
Cecilia.
|