|
SANTA MARIA DEL PRIORATO
Giunto a Roma da Venezia nel
1740 all’età di vent’anni come disegnatore al seguito dell’ambasciatore
della Serenissima Francesco Venier fu, come lo era stato duecento quaranta
anni prima Bramante, affascinato e conquistato dalle rovine antiche, che lo
influenzarono in tal modo da divenire l’esclusivo soggetto/oggetto del suo
interesse per tutto il corso della carriera d’artista. Le innumerevoli
tavole incise delle Antichità Romane, dove sono rappresentati i monumenti
antichi, furono il frutto della continua incessante diretta osservazione e
ricerca dei reperti archeologici che Piranesi attuò con passione antiquaria,
come attesta questa sua frase: ”Quando mi accorsi che a Roma la maggior
parte dei monumenti antichi giacevano abbandonati nei campi o nei giardini,
oppure servivano da cava per nuove costruzioni, decisi di preservarne il
ricordo con le mie incisioni. Ho dunque cercato di mettervi la più grande
esattezza possibile”. Sollecitudine da archeologo ed artista insieme,
concretizzata ed espressa nel piccolo tempio al Priorato.
L’opera di ristrutturazione e
di nuova decorazione della piccola chiesa dei Cavalieri di Malta fu
commissionata a Piranesi nel 1764 dal nipote di papa Clemente XIII il
cardinale Giovan Battista Rezzonico appena divenuto Gran Maestro
dell’Ordine.
In due anni l’artista, già
pienamente padrone del suo stile – un insolito amalgama in bilico tra
l’evocazione quasi visionaria dell’antico e la mediazione del decoro di
fantasia barocca – trasformò la chiesa e gli edifici adiacenti realizzando
anche il grandioso prospetto antistante la Villa Magistrale, sede
dell’Ordine sul colle Aventino.
Al termine dell’odierna via di
Santa Sabina lo spazio esterno alla Villa, sulla piazza, è ritagliato da un
recinto angolare, costituito da basse pareti, che si articolano come un
limite, una protezione, un “sacro recinto”, un segno di individuazione di un
luogo specificamente connotato. La composizione di pietra – un podio da cui
si elevano ad intervalli simmetrici edicole fiancheggiate da obelischi e
stele – commemora sia le passate glorie dei Cavalieri dell’Ordine di Malta
e, nell’intenzione di Piranesi, doveva contemporaneamente richiamare il
genius loci della piazza sede nell’antichità dell’Armilustrium, il luogo
dove l’esercito romano deponeva e purificava le armi in autunno, dopo le
campagne militari.
I motivi ornamentali istoriati
nei riquadri del basamento e sulle stele, che un tempo svettavano solitarie
contro il cielo, intrecciano elementi dell’araldica Rezzonico (l’aquila
bicipite e il castello), simboli delle imprese militari dei Cavalieri di
Malta, decori alla maniera etrusca, serpenti - che richiamano il nome
originario del sito, il “mons Serpentarius”- insegne, scudi, trofei, armi,
elmi, maschere e ghirlande a festone che circondano croci di Malta. Ora alle
spalle della lunga teoria pietrificata s’innalzano le sagome scure dei
cipressi e delle palme che si trovano all’interno del giardino
dell’ottocentesca chiesa di S. Anselmo, esaltandone il biancore come una
quinta allestita per uno strano teatro metafisico.
Fronteggia il recinto marmoreo
il formidabile prospetto della Villa dotato anch’esso di rilievi con fregi,
emblemi e panoplie e completato in alto da una teoria di antichi vasi
lasciati a rustico.
Una volta varcata la soglia
del monumentale portone d’accesso – dalla cui celeberrima serratura, sul
fondo di una galleria vegetale, si vede svettare la cupola di S. Pietro – si
apre il bellissimo giardino all’italiana che in un angolo appartato ospita
la chiesa di Santa Maria, antichissima, poiché la sua prima costruzione è
datata al X secolo.
La facciata dell’edificio ha
la struttura di un tempietto dalla tessitura decorativa dal carattere
fortemente sperimentale: una bizzarra e un po’ malinconica ricostruzione
dall’antico composta di lacerti lapidei millenari recuperati a nuova vita.
Ma, non soltanto di una
rievocazione archeologizzante e retorica dei passati splendori si tratta,
quanto di una vera e propria meditazione metafisica sulla durata delle cose
e la loro lenta usura.
Le minuscole proporzioni della
chiesa sono disegnate, quasi incise, in una straordinaria veste formata da
elaboratissimi stucchi raffiguranti simbolici e quasi misterici elementi.
Definiscono le angolature paraste scanalate interrotte da targhe decorate
con la spada dei Cavalieri, i cui ricchissimi capitelli, ispirati all’ordine
ionico, contengono presenze “strane” dall’aspetto medievale: figure alate
(sfingi?) affrontate e separate da una torre-faro.
Ai lati del portale due
eleganti candelabre sorrette da angeli combinano riferimenti all’Ordine e
simboli religiosi. L’oculo in forma di corona sovrastante il timpano
dell’ingresso è circondato da una fitta merlettatura sul modello degli
antichi sarcofagi strigilati: due serpenti dalle spire morbidamente
arrotolate e distese rammentano la destinazione funebre della cappella.
Emblemi e blasoni occupano
l’interno del timpano sommitale poggiante sulla elaboratissima trabeazione
percorsa da un fregio a greca intrecciata.
Tutto l’insieme ha un sapore
vagamente barbarico pur nella elegantissima simmetria che scandisce
l’impaginato classico della facciata.
Piranesi usa l’antico come un
immenso repertorio di segni e idee da rielaborare e riassemblare in modo
originale attraverso la sua moderna immaginazione.
L’interno della chiesa è di un
nitore abbacinante per gli intonaci e gli stucchi, realizzati secondo una
formula che lo stesso Piranesi aveva riscoperto.
L’unica navata, con cappelle
laterali, riecheggia nelle soluzioni architettoniche e luministiche il
raffinato linguaggio borrominiano che Piranesi sentiva particolarmente
vicino al suo modo d’intendere l’architettura.
Così l’abside, e soprattutto
la decorazione del catino, sono un chiaro omaggio all’architetto ticinese:
la volta a lacunari esangolari con rose, alternati a rombi, sembra citare
esplicitamente le celebri cupole del maestro Borromini; la valva di una
gigantesca conchiglia fa da ricetto ad un elaboratissimo scudo con le armi e
i blasoni dell’Ordine.
Ma su tutto si staglia la
complicata costruzione dell’altare maggiore a metà tra la macchina di gusto
tardo barocco e un paradossale rigore geometrico, anticipatore di modi
neoclassici.
Tommaso Righi, brillante
allievo di Piranesi, realizzò questa composizione scenografica su disegno
dell’architetto: tre sarcofagi si sovrappongono, a partire da quello che fa
da mensa, fino a sorreggere in alto la grandiosa scultura con San Basilio in
gloria circondato d’angeli. Accanto all’altare maggiore si trova il trono
riservato al Gran Maestro; nicchie laterali ospitano i sepolcri di
personaggi legati all’Ordine.
Nella navata a destra è il
cenotafio di Piranesi con la sua statua scolpita da Giuseppe Angelini nel
1779, un anno dopo la morte del maestro.
|