CHIESA DEI SANTI LUCA E
MARTINA
Affaccia su uno slargo aperto
sulla via dei Fori Imperiali, all’altezza dell’Arco di Settimio Severo,
questa monumentale chiesa, in uno scenario tra i più belli della Roma
antica. Anche se gli scavi ottocenteschi e la ristrutturazione dell’area
archeologica avvenuta negli anni trenta hanno snaturato la sua originale
presenza qui, (su un fianco della chiesa lungo la scomparsa via Bonella si
trovava l’edificio demolito durante lo sventramento del 1932-34 che ospitava
l’Accademia di S. Luca ora trasferita a palazzo Carpegna), la sua posizione
detta “in tribus foris”, perché posta tra il Foro Romano, il Foro di Cesare
e quello di Augusto, è pur sempre una posizione eccezionale.
Fondata da papa Onorio I
(625-638) nell’aula del Secretarium Senatus fu dedicata alla martire S.
Martina. Poi nel 1588 fu concessa da Sisto V all’Accademia del Disegno di
San Luca che ne entrò in possesso in sostituzione della distrutta chiesa di
San Luca all’Esquilino di cui ereditò il patronato, chiamandosi così chiesa
di San Luca in Santa Martina.
Un primo progetto di
ristrutturazione (1593) della bottega del Mascherino rimase inattuato per
carenza di fondi: si sostituì soltanto il vecchio pavimento con uno nuovo ad
un più alto livello per ricavare un ambiente sotterraneo destinato ad
accogliere le tombe degli accademici.
Al 1623 risale il primo piano
redatto dall’Accademia per costruire una nuova chiesa; in questa occasione
Pietro da Cortona realizza i primi studi architettonici documentati da
alcuni disegni che mostrano una pianta centrale cruciforme sormontata da un
ampio vano a cupola.
Quando nel 1627 fu nominato
protettore della confraternita il giovane cardinale Francesco Barberini e
soprattutto più tardi, nel 1634, allorché divenne Principe dell’Accademia lo
stesso Pietro da Cortona, fu possibile avviare più concreti progetti di
rinnovamento.
L’artista infatti si offrì
subito di procedere a sue spese alla ricostruzione iniziando dalla cripta,
nutrendo la speranza di trovare durante i lavori i resti della martire
Martina e riuscire ad ottenere così il consenso e l'appoggio del papa per i
lavori successivi. Ed infatti durante gli scavi nell’area della confessione
della vecchia chiesa si rinvennero le spoglie sia della santa che di altri
martiri (Concordio, Epifanio ed un altro anonimo).
L’episodio suscitò una grande
ondata di commozione ed entusiasmo tanto che Urbano VIII si recò subito a
rendere omaggio alla santa impegnandosi nel contributo finanziario
all’impresa di ricostruzione. Da parte sua il cardinale protettore donò
l’ingente somma di 6000 scudi per erigere l’altare maggiore richiedendo la
costruzione ex novo della chiesa.
Pietro da Cortona trasformò
come aveva promesso la cripta a sue spese, rendendola una delle cappelle più
sontuose della città e divenendo l’architetto ufficiale del progetto.
Questa chiesa avrà sempre un
significato speciale per il maestro, perché nell’ambito della sua carriera
d’architetto conserverà il primato di unico edificio interamente realizzato
secondo le sue intenzioni.
Nel 1635 Pietro da Cortona
rielabora il suo vecchio progetto sostituendo all’assoluta centralità della
pianta cruciforme - con la cupola all’incrocio dei bracci - un rapporto più
equilibrato tra le parti. Secondo il principio barocco della somiglianza
illusiva di elementi dissimili il maestro introduce in pianta una certa
diversità tra la maggiore dilatazione dell’asse principale rispetto a quello
minore. Ottiene questo effetto mediante l’uso originale delle coppie di
colonne giganti poste su un alto zoccolo alternate a lesene; questo motivo
si estende alle pareti di tutto l’ambiente, con un ritmo più disteso nelle
absidi, più contratto nei piloni centrali.
Con la facciata anch’essa
tipicamente barocca, a due ordini, si manifesta la nuova spazialità del
cortonese: la curvatura in avanti della porzione centrale della facciata
imprime un moto d’effetto, come una compressione mal trattenuta dai brevi
corpi laterali che tentano di opporsi a quella convessità. Originariamente
l’artista aveva previsto una facciata ben più vasta con ali laterali di
ampiezza tale da ricoprire i bracci trasversali della croce, una soluzione
che avrebbe permesso un migliore inserimento della chiesa nell’ambiente
circostante e dato maggior risalto alla cupola, oltre a mettere in evidenza
l’articolazione plastica della zona mediana e i suoi effetti pittorici di
chiaroscuro. Ma le ali laterali previste non furono mai eseguite nel
progetto finale.
Alla morte di Pietro da
Cortona (16 maggio 1669) la costruzione della chiesa era compiuta nelle sue
parti essenziali. L’architetto Angelo Torrone diresse i lavori di
completamento della facciata secondo le indicazioni del maestro: il piano
superiore della facciata inverte l’articolazione sottostante, tutto il
prospetto è serrato da una trabeazione continua che culmina con un timpano
ricurvo sormontato da due angeli, eseguiti da Giuseppe Giorgetti, con lo
stemma di Urbano VIII realizzato nel 1671 da Antonio Cartone, due vasi a
torce fiammanti completano ai lati il coronamento.
La cupola e il tamburo
esprimono decisamente l’esito di una ricerca sulla verticalità e lo slancio
degli elementi che compongono la struttura. La calotta, solcata da
costoloni, si articola col tamburo tramite una sorta di corona dietro cui
svetta, culminando nella lanterna racchiusa da volute.
La decorazione dell’interno
della chiesa fu eseguita con la direzione di Ciro Ferri entro il 1679.
L’altare maggiore disegnato dal cortonese fu realizzato da Luca Berrettini e
Domenico Tavolaccio. La pala con San Luca che dipinge il ritratto della
Vergine è una copia eseguita da Antiveduto Grammatica del celebre dipinto di
Raffaello che si conserva nella Galleria dell’Accademia. Sotto la mensa la
statua di Santa Martina del 1635 di Niccolò Menghini che si ispira alla
bellissima Santa Cecilia di Stefano Maderno.
Nel tempo furono aggiunte
molte altre opere tra cui un rilievo in terracotta di Alessandro Algardi
raffigurante Cristo morto con la Vergine e Dio Padre, donato nel 1698
all’Accademia da Ercole Ferrata e posto sull’altare prospiciente il
corridoio d’accesso. Al 1720 risale la donazione di Sebastiano Conca del
grande dipinto con l’Ascensione di Maria posto sull’altare del braccio
sinistro.
Tutto l’ambiente interno è
disegnato dai fasci di luce che provengono da fonti nascoste diffondendosi
sulle pareti uniformemente candide. Anche la decorazione interna della
cupola contribuisce alla gradazione della luce che percorrendo le
articolazioni architettoniche smaterializza l’intera struttura.
È dunque la luce la
protagonista di questa architettura che suggerisce ed evoca un’atmosfera
mistica e di sospensione.
Nella chiesa inferiore – dove
si conserva la memoria di Pietro da Cortona con un ricco monumento funebre
eseguito da Luca Berrettini su disegno di Ciro Ferri – è stato realizzato
dal maestro un capolavoro di preziosità barocca. La cripta fu pensata dal
cortonese come un reliquiario le cui pareti sono interamente rivestite di
marmi policromi: il progetto, datato 1648 ma realizzato tra il 1657-59,
ripete lo schema a croce della chiesa superiore, aggiungendo due corridoi a
crociera destinati alle sepolture e al loro incrocio un ambiente ottagono.
La volta della cripta fortemente schiacciata richiama, con il cassettonato
in scorcio e l’oculo centrale, la cupola del Pantheon. Al centro, in
corrispondenza delle reliquie, un eccezionale altare di bronzo intagliato e
decorato ad intarsi di pietre preziose realizzato su disegno di Pietro da
Cortona da Giovanni Artusi. Cosimo Fancelli eseguì i bassorilievi con Santa
Martina davanti alla Madonna disegnati dallo stesso Pietro da Cortona.
Questa vera e propria macchina
liturgica di sbalorditiva bellezza che poggia su eleganti gradini di marmo
nero con venature bianche circondata da una balaustra grigia costituisce il
fulcro dell’intero spazio, raccolto e meditativo, come si addice ad un luogo
di preghiera.
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