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la casa del sole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Emilio Praga

 

Nacque a Gorla in provincia di Milano nel 1839. Suo padre era un ricco industriale proprietario di una grande conceria di pelli, amante della letteratura e amico intimo di Carlo Porta. La madre era un'assidua frequentatrice del salotto della contessa Maffei.

I genitori lo avrebbero voluto avvocato, ma non ostacolarono le sue tendenze artistiche, lasciando che si dedicasse alla pittura e alla poesia.

Di costituzione debole, crebbe fra l'indulgenza dei parenti e una buona dose di fortuna. Viaggiò molto e visse per diversi anni a Parigi dove si dedicò alla poesia e allo studio di Charles Baudelaire e Victor Hugo. Qui iniziò anche a dipingere con la tecnica degli acquarelli e pubblicò il suo primo volume in versi "Tavolozza" (1862).

Tornato a Milano, frequentò gli ambienti della scapigliatura diventandone uno dei maggiori esponenti e si legò con profonda amicizia ai fratelli Camillo e Arrigo Boito.

Ma un giorno la fortuna gli voltò le spalle: la sua serenità venne  turbata da eventi luttuosi seguiti da una grave miseria per il dissesto finanziario dell'azienda familiare. Non si adattò mai a un lavoro regolare e si lasciò andare ad una vita disordinata dedita all'alcool e droga.

Nel 1864 pubblicò "Penombre", da cui ricavò qualche modesto guadagno, grazie soprattutto alla generosità del suo amico Carlo Righetti. Ma in seguito si separò dalla moglie e dal figlio. Morì a Milano il 26 dicembre del 1875, giovanissimo (36 anni) e in miseria, distrutto dai propri vizi.

Carducci scrisse di lui: "La sua originalità è quel trillo di lodola, è quel fresco d'acqua corrente per una selva di castagni, quella immediata e lieta e sincera percezione della natura, quella fisonomia arguta tra di campagnolo e di pittore, che si sente, si vede, si ammira in alcune sue prime e più ingenue poesie".

L'arte del Praga, accolta sulle prime dall'indifferenza del pubblico, ebbe in seguito parecchi seguaci e ammiratori. Nel 1883, dopo otto anni dalla morte del poeta, nacque a Milano un giornale letterario intitolato "Penombre", in omaggio all'omonimo volume di versi.

 

 

COMMISSIONE

 

Metti un gaio color sul tuo pennello,

e dipingimi un cielo al primo arbore;

poi fra le piante i fior di un praticello,

un  somarello - che canti d'amore.

 

Metti, se non puoi l'oro, almen l'orpello

sul tuo pennello - amico dipintore,

perché quel cielo rilucente e bello

l'occhio abbarbagli dello spettatore.

 

Il somaro che innalza i caldi lai

spiri dagli occhi un'aria sofferente

qual di chi spera, e lieto non fia mai;

 

poi quando la tua tela mi darai,

io ti dirò se ben ritratto avrai

il volto di madonna e il committente!

 

 

 

ASSOLUZIONE

 

La mia ganza, una bimba assai devota,

e, credo, a molti parroci ben nota,

venne a narrarmi, tutta addolorata,

l'ira del prete che l'ha confessata;

- Eh via, le dissi, vien, vieni a cenare,

io stesso poi ti voglio confessare,

e se vedrò che mi vuoi bene assai,

assoluzione e baci in copia avrai;

chè Dio promise, in questo oh grande e buono!

a chi avrà molto amato, il suo perdono!

 

 

 

CONSIGLIO

 

Donne, voi somigliate alla natura

che, se sorride, gli uomini innamora,

e desta la mestizia e la paura,

quando minaccia e quando si scolora.

 

Ma rammentate che l'april, se infiora

tutto nei campi, lascia fredda e scura

l'alma che gli altri suoi misteri ignora

e del bello alla fiamma non si appura.

 

Oh dell'aprile candide sorelle!

somigliategli in tutto, disprezzate

chi non adora che la vostra pelle,

 

e soltanto le sfide anime amate

che, sotto il velo delle forme belle,

sanno i tesori che nel cor celate!

 

 

 

STAGIONE PROPIZIA

 

Quando muoiono i fiori ai davanzali,

e quando i vetri la nebbia accarezza,

e le rondini in mar battono l'ali,

e del negro fanciul in val Vegezza

 

il grido, che dai vertici natali

chiamando il freddo e la malinconia,

par, della via fra i suoni incerti e uguali,

un la stonato in una sinfonia;

 

è quello il tempo di trovar marito,

fanciulle; allora l'uom che sta soletto,

come le membra, ha il core intirizzito;

 

e nella pace del deserto tetto

di un angelo che seco a un muto invito

s'assida al focolar, dolce è l'aspetto!

 

 

 

AMICI ALLA PORTA

 

Coppie eleganti della vaga festa,

c'è alla porta una folla di signori

di vario sesso, di diversa vesta,

amici che vi aspettano di fuori.

 

Son tanti i tipi, son tanti i colori,

che di farli inoltrar mi venne in testa;

ma una donna fra lor, cinta di fiori,

mi dissuase, e la ragione è questa:

 

mi disse il nome dei compagni suoi;

scusatemi, dei vizii è la brigata,

che per danzar dimenticaste a casa;

 

è la virtù di gigli incoronata,

quella che entrar non volle, persuasa

di trovar pochi amici in mezzo a voi.

 

 

 

PICCOLE MISERIE

 

Primi rancori, puerili pianti,

capitomboli miei sul pavimento,

rabbuffi delle serve intolleranti

e fiabe delle mie notti sgomento;

 

giocattoli calpesti, e vetri infranti,

alfabeto, del mio labro tormento,

schiaffi delle maestre, e pensi erranti

sui scartafacci, ancora io vi rammento.

 

Fiuto ancor della cattedra l'odore,

risento il gelo delle vaste scuole,

e riveggo il bidello e il professore...

 

Oh memoria crudel, spina del cuore!

e dove sono il volto e le parole

dei primi amici e del mio primo amore?

 

 

 

ALLA RIVA

(Mediterraneo - Giugno 1860)

 

Quando scendo alla riva del mare

lungo il lido di sabbia minuta,

ove tragge la barca sparuta

il nocchiero che che all'alba tornò;

o fanciulla, vien meco, è salubre

questa brezza che l'onda c'invia,

che arrivando per libera via

le miserie dell'uom non sfiorò.

 

Vieni meco. I fanciulli del lido

sono belli, son semplici ancora,

chè del mondo non vider finora

che quest'acque e le stelle del ciel!

E se fermo a un timon neghittoso

troverem qualche vecchio nocchiero,

ti dirà se di pioggia è foriero

quel vapor che al sole fa vel.

 

Vieni meco. Io ti voglio alla riva

per mostrarti l'immenso oceàno,

e poi dirti che al lido lontano

volerei per poterti fuggir.

Vieni meco. Io ti voglio alla spiaggia

perchè, innanzi a quest'orridi abissi,

i desir, da cui siam crocefissi,

potran forse umiliati svanir;

 

per mostrarti in la sabbia minuta

l'orme nostre, che in giri ritorti,

come fosser di piccoli morti,

già dall'aura si colmano ancor...

e poi chiederti, o indegna, se il vento

sorgerà, come sorge su d'esse,

a distrugger le tracce che impresse

m'ha un tuo sguardo, un tuo detto nel cor!

 

 

 

BALLATA ALLA LUNA

(Interlacken - Luglio 1857)

 

O notturno splendore,

o vergine divina!

Tu che commuovi, sorridendo, il core

dell'uomo e dell'oceano,

solitaria dei cieli,

adoro la tua luce, amo i tuo veli!

 

Tu fra le viti e i gelsi

del mio suolo natio,

fanciullo io vidi e ad astro mio ti scelsi;

fosse felice o in lagrime,

da quel giorno, o mia Dea,

quest'anima, sperando, a te volgea!

 

Come sei bella, o luna,

quando il viso ti specchii

nel mite tremolio della laguna;

come bella, fra i pallidi

scogli della montagna,

quando sul ghiaccio il tuo raggio si bagna!

 

Ma chi dirà, divina,

di che fulgor ti vesti

se tu sorgi infocata alla marina?

Il pelago scatenasi,

e placido e giocondo

il tuo disco d'innalza e irradia il mondo!

 

Ed io ti amai sul piano,

ti amai, luna, sui monti,

e nel cupo fragor dell'oceàno...

Ma non mi tocchi l'anima

quando, dimessa e stanca,

seguiti il sole in camiciuola bianca!

 

O vergine d'amore,

se la tua beltà lo vince,

non indugia a pregar nostro Signore,

che, quando il sol ci illumina,

ti tenga in paradiso,

perch'io solo di notte amo il tuo viso!

 

 

 

LA MORTA DEL VILLAGGIO

(Brianza - Aprile 1859)

 

Vi contero la storia della morta

per cui suonano adesso la campana.

Era una tosa piccolina e smorta,

che abitava vicino alla fontana.

 

Toccava appena appena i quindici anni

quando suo padre fu portato via

da una piena di stenti e di malanni...

la restò sola colla vecchia zia.

 

Amor di madre non avea la mesta,

nè amor d'amiche la povera tosa;

ella era brutta, e in cenci avea la vesta...

qual giovin mai l'avria menata sposa?

 

Vedea le forosette in sul sagrato

occhieggiare or con questo ed or con quello...

- Povero cuor deserto e sconsolato! -

Oggi un vecchio l'ha chiusa nell'avello!

 

 

 

MISTERO DI STELLE

 

Oh ditemi il segreto, erranti stelle,

dei vostri eterni palpiti!

Qual desio vi commuove il petto ardente,

quale amor nella bruna aura tranquilla

vi consiglia a oscillar si dolcemente?

 

Forse è ver che di voi guida ciascuna,

quaggiù nel mondo vedovo,

un'anima alla meta in compagnia?

A noi l'antica età divinatrice

questa speranza del poeta invia.

 

Se fallace non è, deh stella amica

del mio pensoso spirito,

che fai lassù, dacchè lasciai la culla?

Brilla, brilla, infedele, e cerca intorno

una fiammella di gentil fanciulla!

 

E poi con lacci che ti presti il cielo

a te per sempre annodala;

sciogli le nubi dalle sue sembianze;

guidala mollemente ove, al sereno,

le stelle dei felici intreccian danze.

 

Ma, neghittosa se tu resti ancora

nella tua danza eterea,

oh a te, dall'alto, cui di notte agogno,

una ultrice tempesta urli sul viso

e spenga col tuo raggio ogni mio sogno!

 

 

 

SENZ'ALI

 

- O del mio mesto april rondine cara,

vieni a volar nella stanzetta mia,

quando l'arte di amplessi, ahi! troppo avara,

del disinganno vittima mi oblia!

 

Vieni e vedrai, specchio di un tuo sorriso,

la tavolozza mia tutta splendore,

e sentirai, commosse al dolce viso,

la fosche tele sussurrar d'amore...-

 

Ma, ahi lasso! la gentil mia rondinella

è una debole, trepida fanciulla,

che, sebben come un angelo sia bella,

fu senz'ali posata entro la culla;

 

e quando esce di casa a far mazzetti

della viola sui margini odorosa,

e a sospirar nei placidi boschetti

il dì che intrecci ghirlanda di sposa,

 

non vola, no, libera in mezzo al cielo,

ma preme il suolo, e, a colmo di sventura,

la madre ha accanto che le abbassa il velo,

e la dilunga ognor dalle mie mura.

 

 

 

L'INNO DI PIO NONO

 

Quando in marzo fuggirono

le insegne giallonere,

e alle nostre bandiere

risero i tre color;

 

noi cantavamo, pargoli,

l'inno di Pio Nono,

che dei tiranni al trono

malediceva allor.

 

Ma un dì la madre dissemi,

tutta piangente e smorta:

- Questa canzone è morta,

non la cantar mai più! -

 

Quel dì, le madri italiche

tutte ammonir la prole,

perchè di Roma il sole

un lampo, un lampo fu!

 

Quei bimbi che inneggiavano

or più non siam, perdio!

Siam la legione, o Pio,

che il Campidoglio avrà;

 

siam gli implacati vindici

del pianto delle madri,

siam l'egida dei padri

risorti a libertà!

 

 

 

FANCIULLA IN DELIRIO

 

- Levatemi le coltri!... è maggiorana,

che bisogna piantar nel mio giardino...

Ascolta... a festa suona la campana...

Ma che fan qui in un angolo il becchino?

 

Deh, profumami, madre, il moccichino

coll'olezzo dei colli, e la sottana

dammi ch'io vi ricami un fiorellino.

Ma il vecchierello ov'è che mi risana?

 

Oh non più, madre, medicine amare!

Stanotte io feci un sogno fortunato...

e al dottore lo voglio raccontare;

 

un bel sogno... era un giovane soldato,

poi venne un prete... poi vidi un altare...

Madre, madre, il becchin l'hai congedato?

 

 

 

OLANDA

 

Un cielo grigio, una mesta campagna

che uniforme svanisce all'orizzonte

un placido canal che l'accompagna,

e qualche donna che scende alla fonte:

 

lungi, nei prati che la nebbia bagna,

la città sulla gotica sua fronte

alza l'antica cattedral grifagna,

sparuta come il vertice di un monte...

 

- Non hai teco un rimario, viaggiatore?...-

Ove fuggisti, o mio lepido umore,

in che borgo ho smarrite le parole?

 

Si, al focolar del primo albergatore,

sento che canterai, povero core,

l'amor d'Italia, e dell'Italia il sole!

 

 

 

 

 

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