|
SAN BARTOLOMEO ALL'ISOLA
Fu l’imperatore Ottone III di
Sassonia a volere negli anni 998-999 la costruzione di questa chiesa
sull’area occupata dall’antichissimo santuario di Esculapio in onore di
Adalberto, vescovo di Praga e suo carissimo amico, martirizzato il 23 aprile
del 997 presso Tenkitten, sulla Vistola.
Adalberto, che era di origine
boema ed aveva nome Vojtech, dopo aver lasciato la carica di vescovo ed
essere divenuto monaco benedettino, dal 990 risiedeva in un monastero greco
sull’Aventino proprio accanto alla residenza imperiale (poi divenuta la
Rocca Savella, dove attualmente si trova il Giardino degli Aranci) e qui
conobbe l’imperatore di cui divenne consigliere personale sia religioso che
politico.
Quest’ultimo fece poi traslare
nella chiesa anche le reliquie dei santi Teodoro, Abondanzio e Abbondio
oltre a quelle di Bartolomeo, uno dei dodici apostoli, al cui nome fu
dedicata in seguito la chiesa poiché lo si riteneva protettore dalle
malattie accompagnate da convulsioni: credenza originata dalla
raffigurazione del santo come un cavaliere su un cavallo bianco vincitore
sugli spiriti maligni.
I numerosi interventi
dell’imperatore nella decorazione della chiesa sono testimoniati nei
capitelli con l’aquila imperiale delle piccole colonne tortili che
sorreggono la cripta. E ancora ricorda l’opera di Ottone l’interessante
puteale posto di fronte all’altare maggiore (poggiante su un’antica vasca
romana di porfido in cui furono deposte nel Seicento le reliquie di S.
Bartolomeo), sulla cui superficie marmorea sono scolpiti il Salvatore che
porge il libro della vita, S. Adalberto, San Bartolomeo e lo stesso
imperatore; ritenuto di Niccolò di Angelo o di Pietro Vassalletto è ricavato
dal rocchio di un’antica colonna.
Il pozzo, profondo dodici
metri, era stato costruito sul luogo di una sorgente d’acqua dolce a cui
venivano attribuite fin dall’antichità virtù curative; ancora in funzione
nell’Ottocento presenta sulle pareti interne i segni lasciati dalle corde
per i secchi che attingevano l’acqua ora non più potabile.
La basilica, a tre navate su
quattordici colonne di diversa fattura provenienti forse dal preesistente
tempio di Esculapio, conserva ancora nel transetto tracce del primitivo
pavimento cosmatesco che andò completamente distrutto durante l’inondazione
del Tevere del 1557 insieme alla facciata musiva del XII secolo, di cui è
conservato un frammento con il Salvatore benedicente al di sopra del portico
della facciata.
L’interno ha l’aspetto datogli
dai restauri secenteschi durante i quali fu ricostruita la navata destra e
dipinto il soffitto ligneo della cappella a destra dell’altare maggiore: il
ciborio in particolare fu innalzato nel 1601 per volere del cardinale Tarugi
in seguito al ritrovamento di alcune reliquie.
Gli affreschi della cappella
di San Carlo Borromeo (la seconda a destra dell’ingresso) appartengono ad un
artista poco citato seppure di talento e appartenente ad una celeberrima
famiglia di pittori.
Si tratta di Antonio Carracci
figlio illegittimo del famoso Agostino e di una cittadina veneziana di cui
si conosce solo il nome, Isabella, nato a Venezia nel 1589.
Appena tredicenne giunse a
Roma, in seguito alla morte del padre avvenuta nel 1602, divenendo dapprima
allievo dello zio Annibale, poi, alla morte di questi “aiuto” di Guido Reni.
Molto probabilmente fu lo stesso Guido Reni che in contatto con il
committente, il cardinale Michelangelo Tonti, gli fece avere la commissione
per la realizzazione degli affreschi della cappella Borromeo.
Nel 1614 il giovane Carracci
si mette dunque al lavoro e crea un insieme armonioso che comprende
sull’altare il San Carlo che adora il crocefisso, e le scene laterali dove
sono narrati episodi della vita del santo. Nelle scenette del sottarco,
forse la prova più interessante del giovane pittore, risaltano per raffinata
grazia gli squarci paesaggistici che fanno da piacevoli sfondi per le storie
dei miracoli di San Carlo.
Nel 1727 il cardinale spagnolo
Alvaro Cienfuegos fece fare nella chiesa interventi di grande rilievo:
installare la cantoria e l’organo, rifare il pavimento, aprire la attuali
finestre, decorare le pareti e costruire la balaustre delle cappelle
laterali.
Nel 1798-1800 durante
l’occupazione francese la chiesa subì saccheggi e distruzioni: le reliquie
furono frettolosamente portate in salvo a Santa Maria in Trastevere.
A ricordo dell’assedio della
Repubblica Romana nel 1849 è rimasta una palla di cannone inserita in una
parete della cappella Orsini a destra dell’abside.
Nel 1852 Pio IX fece
risistemare l’altare maggiore e dipingere i riquadri del soffitto.
La facciata – che fu
ripristinata una prima volta nel 1583-85 forse da Martino Longhi il Vecchio
e fu profondamente rinnovata nel 1623-24 – è attribuita a Orazio Torriani o
a Martino Longhi il Giovane: a due ordini con la parte centrale rientrante
ha uno schema cinquecentesco innovato però da elementi barocchi dati dal
risalto che mostrano le colonne del portico inferiore.
Il campanile, romanico, fu
innalzato da Pasquale II nel 1113.
Al centro della piazzetta di
fronte alla basilica venne posta nel 1869 per volere di Pio IX una piccola
guglia in marmo opera di Ignazio Jacometti sulla cui base sono raffigurati i
santi Bartolomeo, Francesco d’Assisi, Paolino da Nola e Giovanni di Dio.
Ricorda il luogo dove nell’antichità si trovava un obelisco a simulacro
dell’albero maestro della nave romana che l’isola Tiberina rappresentava.
Dopo il Rinascimento i suoi
tre frammenti furono trasferiti altrove, uno al Museo Nazionale di Napoli e
due a Monaco di Baviera.
Strettamente connesso alla
chiesa è il convento francescano che dal 1536 per assegnazione di papa Paolo
III andò all’Ordine dei Frati minori che si stabilirono in una piccola
costruzione dietro la chiesa. Nell’ala verso Ponte Cestio si trovavano il
refettorio, la cucina e altri servizi.
Nel 1638 per elargizione del
cardinale Francesco Barberini fu costruito l’altro braccio che si unisce al
Ponte Fabricio. Nel 1556 nel corso di una pestilenza l’isola fu sgomberata
dei suoi abitanti e il convento divenne lazzaretto.
La vocazione ospedaliera si
mantenne quando il Comune di Roma nel 1880 cedette in affitto l’ala sinistra
alla comunità israelitica che vi istituì un ospedale tuttora esistente.
L’ala destra invece venne
demolita tra il 1886-88 per la sistemazione degli argini del Tevere.
|