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L'Incoronazione della Vergine del Moretto

 

Ecco, avete letto le fosche lamentele del prof. Severino di Brescia? Però ora, per capire in che misura e fino a che punto egli ha ragione soffermiamoci sul dipinto sopra esposto che è una famosa opera del 1534 di Alessandro Bonvicino, meglio noto come il Moretto, nato nel 1498 e morto nel 1554 circa, anche lui bresciano. È l'Incoronazione della Vergine in un contesto rappresentativo mistico diverso dal solito, anzi molto diverso, sopratutto per la concezione dell'Arcangelo Michele fuori dai canoni tradizionali (1), davvero un emblematico Arcangelo.

La critica d'arte, nelle vesti di un noto esperto bresciano, il prof. Luciano Anelli, tutta presa per la pittorica del quadro in questione, che però esclude l'evidente rivoluzionario contenuto esoterico, così presenta l'opera: «In alto, la serena figura del Cristo, ignudo fino alla cintola, e poi avvolto da un manto di raso azzurro, incorona la Vergine, inginocchiata sulle nuvole poco più in basso di Lui. Attorno i putti appena abbozzati è come riassorbito dalla luce potente che emana dalla mistica scena (alcune testine sono del Settecento, quando la pala fu trasformata in rettangolare da centinata che era). In basso, sotto la “piramide” compositiva della sezione alta, si dispongono, secondo una sorta di “teorema di geometria” (la felice espressione è del Vezzoli) le figure dei quattro santi in bilanciato gioco di sporgenze e rientranze. Al San Michele in piedi nel primo piano: tra le teste dei due potrebbe essere tirata una diagonale che si può tendere tra il S. Francesco inginocchiato nel primo piano a destra ed il San Giuseppe inginocchiato nel secondo piano a sinistra.»

E poi ancora altre significazioni come queste: «...Michele è in atto di trafiggere il demonio: ma ha già vinto: non c'è dramma nel gesto che Egli ripete solo per darne esterna significazione ai devoti. La sua vittoria è già avvenuta, ed il gesto che compie ora sulla tela è fuori dal tempo e della storia...»; «...Nelle tenere membra asessuate di Michele il chiaroscuro denso e sostanzioso della tradizione foppesca fa tutt'uno con la cronia veneta che il Bonvicino aveva respiarato da Tiziano: il risultato è quello di un chiaroscuro di straordinaria evidenza luministica. Il comun denominatore dei toni grigio-argentei che scorre sulla figura le conferisce l'evidenza dell'Angelo, in quanto creatura celeste, tramite tra cielo e terra, tra divino ed umano. E si noti che questa qualità è osservata senza enfasi, senza retorica e senza stupore, con la sola pretesa di farlo essere ciò che semplicemente Egli è: un Angelo. Ma la meditazione del Moretto su questa realtà semplicissima – e pur profonda – è tanto acuta e tanto coerente che ancor oggi sa comunicare il suo massaggio, che un messaggio di Fede, a chi guarda l'Arcangelo senza la pretesa preconcetta di volergli vedere esprimere dei drammi ch'egli, obiettivamente, non può ne vuole avere, come non può provare dolore, ribrezzo, repulsione per il peccato (il demonio a terra) che è sostanza di un cielo ove dolore, ribrezzo, peccato non possono, non che esistere, nemmeno essere oggetto di un pensiero...».

 

 

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