Due DVX gemelli
Non a caso ho inteso collegare la mia
concezione di un'ideale «donna», cui si sarebbe ispirato il Moretto
nell'accingersi a edificare il suo capolavoro pittorico dell'Incoronazione
della Vergine, con la Beatrice di Dante Alighieri nella sua Commedia.
Infatti, col presente scritto si verrebbe a scoprire che il Moretto ha
racchiuso in suoi «numeri specifici» il suo DVX nell'emblematico San Michele
Arcangelo, che sembra avere analoghe connotazioni del DVX del sommo poeta,
un gemello a tutti gli effetti. Ma il DVX dantesco, cui io intendo, non è
precisamente quello supposto dai commentatori della Divina Commedia nel
tempo.
Ho ragione di sostenere che l'opera dantesca
in questione, al pari di quella morettiana sopra eviscerata, non sono state
stimate da “buon geometra”, considerato che a Dante gli si riconosce questo
speciale ruolo squisitamente tecnico, più che umanistico.
Ora state a sentire cosa ho da dire, da quel
geometra che sono a tutti gli effetti, sul Dvx della Commedia dantesca che
tutti sanno attraverso tre emblematici numeri, «cinquecento diece e cinque».
Dunque, venendo all'«enigma forte» (Pur.
XXXIII, 50), ancora da svelare, Dante Alighieri ha voluto far capire che è
la «Sfinge» il “guardiano della porta” infera che parla e ragiona con la
matematica alla mano. Perciò solo con una speciale password questi libera il
passaggio, parlando in termini telematici.
Prima d'altro si considera la Divina Commedia
come un insieme di versi senza fare alcuna distinzione di raggruppamenti di
cantiche, tanto meno di luoghi d'espiazione o di piacere, lasciando, però,
invariato l'ordine iniziale.
Prima lezione: si è tutti uguali davanti a
Dio, compreso il Paradiso, il Purgatorio e l'Inferno! Ciò premesso si
prosegue in questo modo:
Primo - «Cinquecento» starebbe per il 500°
verso che corrisponde al verso 86 del III canto dell'Inferno che recita
così: «Mira colui con quella spada in mano».
Secondo - «Cinquecento diece» starebbe per il
510° verso che corrisponde al verso 96 dello stesso canto precedente che
recita così: «che sovra li altri com'aquila vola».
Terzo - Infine, «Cinquecento diece e cinque»
starebbe per il 5105° verso che corrisponde al verso 116 del III canto del
Purgatorio che recita così: «de l'onor di Cicilia e d'Aragona».
Se questo è il messaggio “veltrico” che Dante
ha voluto, veramente, rilasciare cripticamente ai posteri, certo, resta
ancora velato. Tuttavia, considerando l'amore speciale che il poeta ha
voluto infondere nella sua Divina Commedia, ho pensato che «il messo di
Dio», intravisibile nel messaggio adombrato «d'Argo» (Par. XXXIII, 36), non
abbia una comune «spada in mano», così come è stata sempre intesa quale
strumento di morte.
Può essere invece una prodigiosa “leva” come
quella della ragione, per esempio, giacché si vuole un Dante squisitamente
«geometra». Il passo è breve per individuare chi la brandeggia, uno di
statura ciclopica, proprio in stretta relazione alla parola «Cicilia»,
riconosciuta come Sicilia.
È il siracusano Archimede famoso per il suo
motto: «Datemi una leva e smoverò la terra». In questa chiave, risulta
chiara l'allusione alla «mente» (Par. XXXIII, 139), la cui “leva”
argomentata, la ragione, è disponibile a tutti gli uomini senza distinzioni,
“in chi più, in altri meno”. Naturale e sacrosanto è, allora, lo scopo
dell'uomo nell‘accingersi a concepire «l'onor di Cicilia» in modo da
predisporre questa “casa” perché vi possa entrare la giusta «Regina» che è:
«La gloria di colui che tutto move / per l'universo penetra, e risplende /
in una parte più o meno altrove» (Par. I, 1-3). (1)
A questo punto, la concezione della leva
dantesca, da me supposta, potrebbe anche far sorridere se non fosse per la
visione di un'altra specie di leva intravisibile nell'asta rossa e puntale
dorato quadristellare nelle deboli mani del Michele Arcangelo del Moretto
sopra trattato. Da “buon geometra”, meglio da buon esperto di cose della
meccanica, non si può negare che l'asta in questione possa essere assimilata
ad una chiarissima leva torsionale dalle apparenze di puntale. La forza
torcente è ovviamente quella espressa dalle spire della coda eretta della
bestia, chiara espressione fallica. Dove la leva? Non una ma ben quattro
leve attraverso le estremità stellari del puntale dorato quadristellare,
appunto. Di qui, il passo è breve per collegare ognuna di queste quattro
piccolissime leve torsionali al «Test specimen» munito di due «Strain gauges»
della figura sopra esposta. Non resta altro, a ragione di ciò, per
convincerci che non si può evitare di farci un bel pensierino sulle mie
argomentazioni fatte, sia sul Moretto con la sua «donna» e sia su Dante con
la sua Beatrice, che parlano di un DVX in comune tutt'altro che incline a
fare il guerrafondaio, se pure per una giustizia terrena.
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